Centro per l'Autonomia di Roma

Lazio. Accessibilità degli impianti sportivi

- 26.4.11

È del dicembre 2010 una ricerca statistica di Agensport Lazio (l’agenzia regionale dello sport), commissionata dal Cip (comitato italiano paralimpico) per far luce su pregi e difetti dell'impiantistica sportiva laziale in materia di accessibilità, fruibilità e integrazione sociale delle persone con disabilità. Un'analisi del genere, per analiticità e volume di dati, non era mai stata condotta finora.
Adesso è disponibile un rapporto dettagliato di grafici, tabelle e percentuali, frutto di un’indagine condotta non con lo sportivo con disabilità, ma con i presidenti di società sportive associate al Cip ed i gestori degli stessi impianti.

Il campione indagato da Agensport (che agisce come Osservatorio regionale sullo sport) è particolarmente rappresentativo, trattandosi di circa 100 presidenti societari e circa 80 gestori di 118 strutture sportive, la maggior parte delle quali ubicate a Roma città. Quanto al resto della regione, la distribuzione privilegia le province di Viterbo e Latina (7% a testa), seguite da Frosinone (5%) e dal fanalino di coda Rieti (2%).
Il risultato dell'indagine conoscitiva è incoraggiante e sufficientemente adeguato agli standard di un Paese civile, sensibilizzato e responsabile nei confronti della tematica, anche se il sistema è ovviamente perfettibile. I dati emersi sono particolarmente attendibili poiché le risposte agli appositi questionari dell'una e l'altra categoria interpellata sono quasi del tutto sovrapponibili.

Snocciolando alcune cifre che riporta lo studio di Agensport, e parlando di ubicazione degli impianti rispetto agli utenti con disabilità, quasi tutti concordano sulla loro ottimale posizione (per il 97% è buona), ma molti meno ritengono che il perimetro di gioco sia ben conservato (67% buono). Più della metà degli intervistati ritiene che essi siano discretamente raggiungibili dai mezzi pubblici (53%), ma la percentuale si impenna quando si ipotizza il raggiungimento con mezzi privati (buono per l'86% del campione indagato).
È un fatto, come riporta l'indagine, che il 60% dei disabili raggiunge la struttura sportiva con mezzi propri, solo il 15% si affida al trasporto pubblico, che pure offre nella stragrande maggioranza dei casi (62%) una fermata di bus entro i 100 metri dall'entrata.

Generalmente, gli spazi interni sono considerati largamente accessibili, come conferma il 70% dei presidenti di società, ma l'esatta metà di loro conferma che docce e spogliatoi sono poco funzionali e spesso inaccessibili per i frequentatori con disabilità.
Anche il tempo dell'attività sportiva è stato oggetto d'indagine: si sa che il 10% degli sportivi con disabilità svolge attività in modo autonomo, e non si avvale di accompagnatori, mentre la stragrande maggioranza è supportata da familiari e amici o personale sanitario della società sportiva (il 63%).

Il dato che incoraggia, però, è un altro: ben il 73% delle persone con disabilità frequenta gli impianti sportivi con assiduità, almeno due volte a settimana.
Se parliamo, poi, di specializzazione dei tecnici, emerge che più dell'80% degli istruttori sono titolati ad insegnare grazie ad una formazione specifica: ad appositi corsi di formazione federali (38%), brevetti specifici del Cip (23%) o titoli accademici (21%).
Ma chi compone, e in quale misura, questo grande mosaico della disabilità sportiva? Sono soprattutto disabili intellettivi (49%), mentre i disabili motori rappresentano una fetta del 30% e i disabili sensoriali sono il 21%.

Ma si può parlare di vera e completa integrazione? Non del tutto: se la grande maggioranza degli atleti con disabilità si allena in concomitanza, negli stessi luoghi e orari degli altri frequentatori (45%), emerge però dall'indagine che ben il 46% di essi si allena in un gruppo omogeneo, cioè composto solo da persone con disabilità, e il 31% si allena in momenti e luoghi alternativi a quelli impiegati dai normodotati.

Il punto di vista dei gestori, sulla stessa materia indagata presso i presidenti societari, è in larga parte analogo, e in alcuni casi anche più ottimistico, come è facile prevedere. Essi dichiarano la presenza di qualche minima barriera architettonica negli spazi interni degli impianti, una sostanziale piena accessibilità dei campi di gioco (90%), una discreta accessibilità di docce e spogliatoi (76%), e in generale una scarsa accessibilità degli spalti (57%).
Anche il dato di sostanziale parità percentuale tra attività dei disabili in gruppi integrati (43%) e omogenei (42%), mette in luce un dato di realtà tutto sommato incoraggiante, anche se non ottimale in termini assoluti.

Tanto si può ancora fare, insomma, come interpellare gli sportivi con disabilità, primi interessati all'argomento. Ma già mettere confini e paletti a questo territorio, così articolato e finora insondato, può costituire un buon viatico per far aumentare progressivamente tutti gli indici di integrazione attraverso lo sport. 

Fonte: Cip - Superabile, 3-3-11

tennista in carrozzina