- 20.1.12
La bellezza al servizio della disabilità. È questo lo spirito che ha accompagnato a dicembre la sfilata-evento ‘Modelle & rotelle’, che ha visto salire in passerella indossatrici professioniste accanto a donne in carrozzina, con gli abiti di alta sartoria
provenienti da collezioni inedite di alcuni stilisti aderenti
all'iniziativa: Gaia Macchina, Anna Goffredo, Ivonete Costa Barbosa,
Ivan Iaboni, Iana Sahyants e Martina Bellini Factory per gli accessori.
Presentiamo un'intervista con il presidente della Fondazione Vertical Fabrizio Bartoccioni, che ha organizzato la sfilata.
Da dove è nata l'idea?
“Tutto era partito pensando a un'idea nuova per raccogliere fondi
per la ricerca sulle lesioni midollari. Noi di Vertical ci occupiamo in
effetti soprattutto di questo: organizziamo campagne di raccolta fondi
per lo scopo specifico della ricerca sulle lesioni midollari. Dunque,
in quel momento avevamo in mente di sviluppare un evento che fosse
anche portatore di un messaggio. Questo perché non siamo
interessati solo alla cura, ma più in generale al benessere e
alla qualità della vita delle persone con lesione midollare. Il
tema dell'autostima è un tema importante e riteniamo che la
donna possa esserne carente anche più dell'uomo.
Nell'abbigliamento, ad esempio, nel piacere di indossare un vestito
elegante, nel sentirsi accessoriata o inserita in un determinato
contesto della moda”.
Come avete sviluppato il progetto?
“Volevamo realizzare una sfilata diversa dalle altre, dove non
andassero in scena soltanto donne in carrozzina e basta. Questa non
sarebbe stata davvero un'esperienza di integrazione. Il messaggio che
avevamo deciso di trasmettere, invece, andava nel senso
dell'integrazione e per poterlo comunicare abbiamo messo in passerella
modelle professionista e modelle in carrozzina. Insieme”.
Ci dev'essere stata molta interazione tra loro.
“Esatto. Queste ragazze si sono spogliate insieme, hanno
condiviso la tensione e l'emozione dietro alle quinte insieme. Hanno
fatto le prove, si sono misurate i vestiti, sono venute a contatto le
une con le altre, confrontando realtà di solito molto distanti
tra loro, la vita da modella e quella di donna con limitazioni
motorie”.
A livello pratico come è stata organizzata la serata?
“È stata un'avventura nuova anche per i professionisti del
settore. Per le modelle, come dicevo, perché si sono rapportante
con donne dalla fisicità diversa dalla loro e hanno potuto
vederle nell'atto di cambiarsi, spostarsi, prepararsi. E perché
hanno poi condiviso con loro lo svolgimento coreografico della serata,
le entrate, i cambi, le pause eccetera, dovendo rimisurare tutto
seguendo i tempi più lenti delle colleghe dalla mobilità
ridotta.
"Anche gli stilisti si sono dovuti mettere in gioco perché i
loro vestiti non sempre si adattavano ai corpi delle modelle proposte
da Vertical, vuoi per il livello vita o vuoi per la seduta. Con mio
grande piacere si sono mostrati generosi e aperti e hanno accettato di
trasformare al momento le proprie creazioni, intervenendo con ago, filo
e forbice e reinventando soluzioni diverse a seconda dei casi
specifici.
"Altri cambiamenti hanno coinvolto i coreografi, sia perché a
loro è stato chiesto di inventare dei passaggi che coprissero i
tempi lunghi dei cambi costume, sia perché alcune donne con
disabilità non erano in grado di sfilare autonomamente in
passerella e occorreva inventare un modo di accompagnarle che
però non distogliesse l'attenzione da loro, che non rubasse loro
la scena”.
Che soluzione è stata trovata?
“Sono stati inseriti dei ballerini che, danzando attorno alla
carrozzina, al contempo la spingevano. I loro movimenti, però,
sono stati studiati in modo che al centro della sfilata rimanesse
sempre la modella”.
Cosa la rende soddisfatto del risultato raggiunto con quella serata?
“Da una parte ho visto il pubblico divertirsi. Abbiamo proposto
uno spettacolo che secondo me è nuovo, diverso da ciò che
si è abituati a vedere. Ma sono anche soddisfatto di un'altra
cosa”.
Quale?
“Le donne tra loro si sono affiatate. Sono nate amicizie,
simpatie, affinità. Le ho viste scambiarsi i numeri di cellulare
e darsi passaggi in macchina nel ritorno a casa o in albergo alla fine
della serata. Indipendentemente dal fatto che fossero in carrozzina
oppure no”.
Quante modelle hanno sfilato in tutto?
“Quarantadue, di cui quindici in carrozzina”.
Come le avete scelte?
“Abbiamo fatto un piccolo casting. Ci sono arrivate molte e-mail
quando abbiamo lanciato la proposta sui siti internet e nei social
network. Nel territorio romano abbiamo anche fatto un po' di
volantinaggio. Le risposte sono arrivate da tutta Italia. Poi abbiamo
fatto una cernita e scelto le quindici modelle. Abbiamo valorizzato la
giovane età, ma abbiamo anche scelto due donne ultraquarantenni
per mostrare esempi di bellezza anche in quella fascia d'età.
Abbiamo scelto donne con lesioni midollari e qualche caso di
amputazione”.
Ci sono state delle prove?
“Sì. Soprattutto abbiamo lavorato nel mettere a punto la
tempistica. Cambi di abito, di acconciatura, di trucco, trasferimenti
sui lettini, contando l'eventuale bisogno di assistenza in queste fasi.
Per ognuna delle quindici i tempi erano diversi, essendo diverse la
disabilità, le limitazioni fisiche, le esigenze personali.
Abbiamo lavorato soprattutto su questi aspetti, ma, come spiegavo
prima, c'è stata la massima collaborazione da parte di tutti e
anche questo lo annovererei tra i motivi della mia soddisfazione per la
buona riuscita dell'evento”.
Avete avuto riscontri sui media?
“Anche di questo sono soddisfatto. Abbiamo avuto l'attenzione di
media rilevanti a livello nazionale, come il Corriere, la Repubblica,
la Rai e Sky”.
Abbinato alla sfilata c'è stato anche un concorso.
“Sì, è stata eletta Miss Vertical. Le tre finaliste
provengono da tre diverse zone d'Italia, a testimonianza della
partecipazione di donne da un po' ovunque nella nostra penisola. Le tre
finaliste, dicevo, sono di Vicenza, Cesena e Padova”.
Chi ha vinto?
“La vicentina ventunenne Francesca Lazzaro”.
Ed ecco l’intervista alla prima Miss Vertical, che ha vinto un book fotografico e la possibilità di diventare testimonial della fondazione.
Francesca Lazzaro ha ventun
anni, è di origine pugliese, vive a Vicenza da un anno e mezzo
con la sorella ed è tetraplegica dal 2008, a seguito di un
incidente stradale che le ha provocato una lesione cervicale.
Come hai saputo del concorso?
“Ne ho letto casualmente su internet. Non conoscevo la Fondazione
Vertical e ho inviato loro una mail con le mie foto, così, per
provare”.
Avevi mai fatto qualcosa di simile prima d'ora?
“Niente del genere”.
Lo avevi desiderato?
“Non ci avevo mai neanche pensato”.
Studi o lavori?
“Ho appena iniziato uno stage in banca, sono i primi giorni.
Quando sono arrivata, è venuto fuori che sapevano del concorso
perché ne avevano letto sui giornali locali e hanno voluto che
raccontassi. Che imbarazzo!”.
Sei autonoma negli spostamenti? A lavorare vai da sola o ti muovi con un assistente?
“Sono autonoma, però devo calcolare bene i tempi, per
esempio dell'uscita dalla macchina e della salita in carrozzina. Il
primo giorno mi sono svegliata alle sei e mi sono fatta accompagnare da
mia sorella ma poi mi sono organizzata da sola”.
Lavorare in banca è ciò che avevi desiderato anche prima dell'incidente?
“Mi sono diplomata e subito dopo ho avuto l'incidente, era il 10
agosto. Perciò non ho davvero avuto il tempo per pensare a
nient'altro che non fosse affrontare le conseguenze
dell'incidente”.
Com'è stato organizzato l'evento di moda cui hai partecipato e che tipo di impegno ti è stato chiesto?
“Sono andata a Roma un giorno prima per fare le prove in
passerella e fissare i dettagli tecnici e per scegliere i vestiti
proposti dagli stilisti”.
Li avete scelti voi?
“Per lo più sì. In base a quello che ci piaceva e anche alle taglie e alle misure”.
Ti è piaciuta questa giornata?
“Molto. Con le altre ragazze abbiamo trascorso diverse ore
insieme e ne abbiamo approfittato per socializzare e fare
amicizia”.
Il giorno dopo com'è andata?
“Ci siamo riviste verso le tre e mezza, quattro. Abbiamo provato
gli abiti, ci siamo fatte truccare, abbiamo fatto le prove in
passerella e definito la scaletta con stilisti e tutta
l'organizzazione. Ero così concentrata nei preparativi che non
mi sono neanche resa conto che il tempo passava ed era già
arrivata sera. La sfilata, quella vera, con il pubblico, è
iniziata mentre io ero emozionatissima, incredula di trovarmi
già lì, che fosse insomma già arrivato quel
momento”.
Quanti abiti hai indossato?
“Ne ho scelti tre. Potevamo scegliere liberamente se presentarne
uno, due o tre a seconda del nostro gusto ma anche e soprattutto a
seconda dei nostri tempi per il cambio abiti”.
Che abiti erano?
“Un abito bianco con sopra il pizzo e sotto una specie di tulle,
un abito da sposa e un abito nero con un giubottino un po'
torchiato”.
Come ti sei sentita a indossarli?
“È stato molto bello. Li hanno anche dovuti ritoccare un
po' per prendere le mie misure e questo me li ha fatti sentire ancor
più miei, oltre ad avermi fatto apprezzare la
disponibilità degli stilisti”.
Cosa ti è piaciuto di più di questa esperienza?
“Tutto. Essere truccate e pettinate come delle vere modelle
è molto bello. In certe situazioni non si dà tanto peso
alla cura di sé e riuscire a riscoprire il benessere che questa
cura e il potersi apprezzare e amare producono è stato molto
bello. Mettersi in gioco è stato molto bello”.
Raccontaci il momento della vittoria.
“Hanno invitato tutte le ragazze in carrozzina a occupare la
passerella e hanno chiamato la terza classificata, che è una
ragazza di Padova. Poi hanno detto il nome della seconda, che è
di Cesena, e infine hanno chiamato me. Ho provato grande stupore,
meraviglia, felicità. Già era stata grande l'emozione di
sfilare, e mentre sfilavo non pensavo neanche più al concorso
vero e proprio e anche se non avessi vinto sarei stata ugualmente
felice”.
Poi cos'è successo?
“Poi non riuscivo più a vedere niente, erano così
tanti i flash dei fotografi, mi hanno messo una coroncina fra i
capelli, la fascia e poi è iniziata una canzone. Dopo un po' di
stordimento ricordo che mi hanno fatta una piccola intervista. E dopo
quella sono andata in albergo perché ero stanchissima”.
Cosa ti aspetta ora?
“Ho appena realizzato il book fotografico che era il premio per
la vincitrice. Forse con queste foto realizzeremo un calendario da
vendere a scopo di raccolta fondi. Inoltre, rappresenterò la
Fondazione nelle prossime uscite di essa. Sono molto felice di questo
perché anche se non la conoscevo prima, apprezzo molto la
Vertical perché è una Fondazione che si occupa di
raccogliere fondi per la ricerca sulle lesioni midollari. Durante la
serata che si è conclusa con la mia premiazione, è stata
consegnata una borsa di 8.000 euro a Daniele Bottai
dell'Università di Milano per la ricerca sulle cellule
staminali”.
Fai parte di qualche associazione nell'ambito della disabilità?
“A Vicenza sono entrata a far parte di H81, una Onlus che
promuove lo sport delle persone con disabilità e non
solo”.
Pratichi sport?
“Di recente mi sono appassionata al tennis tavolo. È
bellissimo, sottovalutato, ma bellissimo e richiede molta
concentrazione. Mi alleno due, tre volte alla settimana”.
Prima dell'incidente eri mai entrata in contatto con il mondo della disabilità?
“Mai. Non sapevo neanche cosa fosse una lesione midollare. Quando
vedevo delle persone in carrozzina che non avevano evidenti malattie
degenerative, pensavo si trovassero sedute per via di una gamba rotta o
una cosa così”.
Chi ti ha aiutato ad entrare in questo mondo?
“La mia famiglia. Mi sono stati molto vicino e mi hanno
sostenuto. Anche in ospedale, dove ho trascorso un lungo periodo per
cercare di recuperare più autonomia possibile, mi hanno fornito
le informazioni necessarie. Anche se ad esempio H81 l'ho trovata io da
sola su internet, una volta venuta ad abitare a Vicenza”.
L'incidente ha cambiato il tuo rapporto con la bellezza?
“Ho avuto un incidente importante, a seguito del quale ho
riportato varie fratture nel corpo e nel viso, allo zigomo e all'orbita
dell'occhio. Per il primo anno e mezzo ero un po' irriconoscibile.
All'inizio, però, non davo peso al mio aspetto perché
c'erano cose più importanti da risolvere. Poi, con il passare
del tempo, in tranquillità, sono riuscita a rifar crescere i
capelli, a comprare vestiti più carini, a riprendere contatto
con il mio corpo, insomma”.
Hai dovuto ricorrere alla chirurgia plastica?
“No, il viso si è riassestato da solo ed è tornato
esattamente come prima. Sono stata molto fortunata”.
Che ruolo ha avuto la tua bellezza finora nella tua vita?
“A scuola ero un po' vanitosa, mi piaceva uscire il sabato sera
vestita bene e truccata. Come adolescente ci tenevo parecchio alla
bellezza”.
Cosa ti piace di te in particolare?
“Fisicamente mi piace un po' tutto di me, e molte volte pensare a
me mi fa sentire meglio. A livello personale, dedicare tempo a me
stessa, prendendomi cura di me, mi fa sentire più a posto,
più tranquilla e serena. Mi piace venire apprezzata”.
Fonte: Superando.it (Barbara Pianca), 30-12-11, 16-1-12
